[RECENSIONE] "Two years at the sea": fermati, ascolta. - La tomba per le lucciole

[RECENSIONE] "Two years at the sea": fermati, ascolta.


SCHEDA FILM

  • TITOLO: Two years at the sea
  • DATA DI USCITA: 2011
  • REGIA: Ben Rivers
  • SCENEGGIATURA: Ben Rivers
  • DURATA: 88'

  • Sono estremamente felice di parlare di quest'opera che mi ha colpito nel profondo e che ha bisogno davvero di pochissime parole per essere "presentata".

    I più attenti avranno notato che nella scheda del film non è presente la trama; i meno attenti... Ora lo sanno.
    Il film non ha una trama: viene semplicemente seguita la vita di Jake Williams, attraverso le sue abitudini e le sue azioni quotidiane. Questa persona effettivamente esiste, ed è proprio per questo che in tutte le schede reperibili questo film viene inserito nella categoria "documentario". Nulla (o quasi) da dire, a conti fatti è proprio ciò di cui si parla; voglio però soffermarmi sull'aspetto cinematografico dell'opera e sul perché non mi trovo completamente d'accordo con l'attribuire l'etichetta di documentario a ciò che Ben Rivers ha creato.


    Salta subito all'occhio il meraviglioso bianco e nero e la pellicola non sviluppata particolarmente bene (addirittura male in alcuni punti): se da una parte ciò sottolinea il carattere "a basso costo" del film, dall'altra dà l'idea di qualcosa al di fuori dal mondo, di un tempo indefinito all'interno di un luogo indefinito. A questo si aggiungono le scelte compositive del regista, che non hanno nulla a che vedere con la rappresentazione oggettiva tipica del documentario ma rispondono ad una sensibilità artistica e comunicativa.


    Introduco in conclusione l'ultimo – eppure più importante – elemento espressivo che intensifica l'aspetto "cinematografico" di Two years at the sea: il montaggio (sonoro e visivo).
    L'entrata in scena di alcune canzoni (riprodotte da un giradischi di Jake) e la giustapposizione di diverse inquadrature/scene/sequenze sono cruciali per percepire qualcosa che il regista vuole dire: la rappresentazione della vita di Jake diventa dunque strumento attraverso il quale in cinema vuole trasmettere qualcosa.


    Conscio che "trasmettere qualcosa" sia estremamente generico e – quasi certamente – fuorviante, cercherò di "smussare" gli angoli di queste due parole andando un po' più in profondità, nei limiti consentiti da un'opera di questo tipo.

    In Two years at the sea non succede nulla: non c'è il racconto di qualcosa, ma la semplice messa in scena della vita di un uomo che ha abbandonato la civiltà per vivere da solo, immerso totalmente nella natura. Lo si vede andare a raccogliere provviste, ascoltare musica, scrivere, leggere; tutto ciò in alternanza a dei primissimi piani su fotografie, chiaramente testimoni della sua "precedente" vita. Il contrasto creato dal montaggio in tal modo mette in gioco una dualità che permea l'intero film: Jake è felice di vivere la sua attuale vita oppure una strana malinconia riempie i suoi giorni?


    Certo è che l'opera di Rivers vuole invitare a fermarsi e ad ascoltare. L'assenza totale di dialoghi, la breve durata, l'abbraccio costante dei suoni ambientali e l'attenzione posta sulla natura non sono altro che una spinta verso la meditazione: ci si ferma con Jake, ci si rialza con Jake, si ascolta il rumore delle foglie con lui, il silenzio dell'acqua, il calore del fuoco.

    Non c'è bisogno di altre parole per il film. Come Ben Rivers e Jake Williams si spera che ogni spettatore possa fermarsi e guardarsi un po' dentro durante (e dopo) un "documentario" che vuole parlare. Che i giorni dell'eremita siano sereni o malinconici non è dato sapere.

    Forse sì, ma solo nella percezione di chi guarda... E ascolta.


    Se acquistate dai link qua sotto ci viene riconosciuta una piccola percentuale da Amazon:

    Nessun commento

    Powered by Blogger.