[I PREFERITI] Ottobre 2017. - La tomba per le lucciole

[I PREFERITI] Ottobre 2017.


Prende vita oggi questa nuova rubrica che non ha certamente bisogno di grosse introduzioni: parlerò molto brevemente dei tre film più belli visti nel mese precedente (ottobre in questo caso); film che ho visto per la prima volta, al di là del loro anno di uscita dunque. Questa non è una classifica: i tre titoli seguono nessun ordine.

AGUIRRE, FURORE DI DIO (Aguirre, der Zorn Gottes, 1972) – Werner Herzog.


L'impostazione quasi documentaristica di Herzog mette lo spettatore davanti ad una natura indifferente che – in quanto tale – distrugge i protagonisti schiacciandoli sotto un peso impossibile da sostenere. Uno di loro (Aguirre) è egli stesso una forza della natura, sprigionata da Klaus Kinski in tutta la sua terrificante ferocia e allo stesso tempo pacatezza, in un personaggio che mangia vivi tutti gli altri attori sul set, pur muovendosi lentamente con i suoi occhi glaciali e la sua voce tagliente. Al di là della qualità tecnica ineccepibile del film, che si muove lento in un alternarsi di camera a mano (sulla zattera) e inquadrature fisse (sulla terra), con una fotografia che poco ha da spartire con i documentari e un montaggio che si insinua sempre più prepotentemente nella testa del protagonista e nel suo rapporto con la Natura e con un dio nel quale non crede, è proprio la figura di Aguirre a fare del film un'opera immensa. Una creatura che quasi sembra non appartenere ai mortali e che non vuole soccombere ad una matrigna la quale non esita a decimare schiere di uomini pronti a sfidarla. 

Ammetto di aver seriamente avuto paura – in alcuni momenti – del personaggio di Kinski. Non avevo mai visto certi occhi in vita mia: una crudeltà che mi ha lasciato spiazzato e che ha contribuito fortemente a rendere la mia visione veramente unica.



BARRY LYNDON (1975) – Stanley Kubrick.


Barry Lyndon (qui il link per l'articolo di [TRA CINEMA E PITTURA] dedicato al film) racconta l'ascesa è la caduta di un uomo in una società aristocratica perbenista e classista che rinchiude chiunque in gabbie sociali dalle quali è impossibile uscire se non in seguito alla perdita di tutto o addirittura alla morte. L'austerità e la rigidezza di Kubrick tracciano un percorso regolare, graduale e simmetrico attraverso il quale tutte le fasi della creazione e distruzione del personaggio di Redmond Barry diventano estremamente chiare e costruite con grande sapienza. Fondamentale però è soffermarsi sul valore che il film ha sul piano visivo: l'eccelsa qualità formale di Barry Lyndon fa di lui un film perfetto tecnicamente, che trasuda impegno e perfezionismo da ogni inquadratura. Tale livello di magnificenza formale è dato soprattutto dallo studio approfondito di Kubrick della pittura del XVIII secolo. Ancora una volta rimando all'articolo scritto a riguardo.

MADRE E FIGLIO (Mat i syn, 1997) – Aleksandr Sokurov.




Il più difficile da esporre dei tre; senza ombra di dubbio il migliore. Sokurov mette in scena – in poco più di un'ora – due anime: una madre malata e suo figlio, il quale si prende cura di lei. Nient'altro. I dialoghi sono veramente pochissimi, tutto è affidato al pittorico effetto di specchi e i filtri applicati dal regista, che modificano i colori e comprimono le forme, uniscono i due volti, le mani, l'erba e gli alberi ai corpi. Non c'è spazio per il racconto in Madre e figlio: un timido pianoforte entra in scena di rado, suoni di uccelli, d'acqua, di fuoco; c'è un treno, un urlo, una pietà al contrario.


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